FONTI ALLE FATE - LA RISCOPERTA - 14.08.2010 - UNA BAMBINA, UNA DONNA E UN GATTO.

Fonti Alle Fate - LA Riscoperta - 14.8.2010 Slideshow: Rita’s trip to San Miniato, Tuscany, Italy was created by TripAdvisor. See another San Miniato slideshow. Take your travel photos and make a slideshow for free.

RITA: DI TUTTO UN PO'

Rita Costagli Alias Ritrilly Slideshow: Ritrilly’s trip from San Miniato, Tuscany, Italy to 9 cities Paris, Livorno, Pistoia, Tirrenia, Cecina, Empoli, Marina di Pisa, Rosignano Marittimo and Cascina was created by TripAdvisor. See another Italy slideshow. Create your own stunning free slideshow from your travel photos.

SAN MINIATO - ARTE E SAGRA DEL TARTUFO - 21.11.2010

San Miniato - Arte E Sagra Del Tartufo - Nov'2010 Slideshow: Rita’s trip to San Miniato, Tuscany, Italy was created by TripAdvisor. See another San Miniato slideshow. Create your own stunning free slideshow from your travel photos.

PASSEGGIANDO PER MONTOPOLI IN VAL D'ARNO - 24.11.2010

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lunedì 6 dicembre 2010

DALLA MORTE ALLA VITA - UN GRUPPO DI ARTISTI CONTEMPORANEI ITALIANI INTERPRETA LA RISURREZIONE DI LAZZARO - 21.11.2010

 II Parte 
della Visita alla Cappella di Sant'Urbano 
e alla Mostra "dalla Morte alla Vita"
- domenica 21 Novembre 2010, 
io e le bambine.


Per colonna sonora ho voluto mettere la canzone di Andrea Bocelli: 
Ama, Credi e Vai!
Si ri-confà con il Vangelo di San Giovanni sulla "Risurrezione di Lazzaro", perché solo la Fede, la Speranza e la Carità possono essere la chiave per interpretare questo Miracolo.
*** *** ***
All'interno della LA CAPPELLA DI SANT'URBANO NELLA VIA ANGELICA, illustrata nel precedente post e sulla quale ci sarebbe tanto altro da dire e da fotografare, 
vi è stata allocata:
la MOSTRA DI 30 ARTISTI CONTEMPORANEI 
sulla RISURREZIONE DI LAZZARO.


Qui di seguito riporto la NOTA INTRODUTTIVA al Catalogo della Mostra  (curato da Fabrizio Mandorlini) scritta da: 
DON LIDO FRESCHI, 
parroco della Chiesa dei S.S. Filippo e Giacomo al Pino di PONTE A ELSA, che nel 1982 fu l'artefice di questa iniziativa artistica.
Don Lido scrive:
"INIZIO' TUTTO NEL 1982"
PAOLO VI nella lettera agli artisti scriveva: 
"L'artista moderno è soggettivo, cerca più in se stesso che fuori di sé i motivi dell'opera sua, ma proprio per questo è spesso eminentemente umano. E' altamente apprezzabile... Oggi come ieri. La chiesa ha bisogno di voi e si volge verso di voi".
Come si è giunti ad avere una collezione di grandi opere a carattere religioso su un unico tema?
Iniziò tutto nel 1982, ed ero da poco arrivato parroco nella piccola parrocchia dei SS. Filippo e Giacomo a Pino. 
Eravamo nei primi giorni dell'anno quando il Consiglio Pastorale Parrocchiale mi chiese di riorganizzare la festa tradizionale di San Lazzaro che per decenni era stata accantonata, pur essendone viva la memoria.
Nacque un palio, il palio di San Lazzaro.
Pensammo di coniugare la festa religiosa e popolare con qualcosa che restasse nel tempo
e caratterizzasse questo percorso.
Il simbolico riconoscimento ai vincitori delle competizioni dei rioni paesani poteva essere una pittura su San Lazzaro.
A questa iniziativa risposero positivamente i pittori sanminiatesi: 
Giolli, Giannoni, Tropei, Lotti, Mori 
ed i pittori dell'area pisana: 
Calloni, Ghezzani, Fornaini, 
successivamente, i diversi professori dell'Accademia delle Belle Arti di Brera:
Fiume, Brindisi.
Nel 1994 mi recai a Milano ed ebbi il primo incontro col maestro
Ernesto Treccani:
un dialogo molto aperto che fu il fondamento di una grande amicizia.
Colui che aveva dato vita a "Fondazione Corrente" oltre a dare la sua adesione alla realizzazione dell'opera, ne parlò positivamente con tanti suoi amici, aprendo un percorso che ha portato a coinvolgere:
Tadini, Terruso, Longaretti, Cottini.
Negli anni successivi, l'incontro col nuovo direttore dell'Accademia di Brera:
Natale Addamiano,
con cui è scaturita un'altrettanta bella amicizia, ha portato il maestro a realizzare un frontale nella piccola cappella, antico lebbrosario, una resurrezione di Lazzaro e nella chiesa parrocchiale di Pino, una Via Crucis.
Con lui è iniziato un nuovo ciclo di maestri pittori, tutt'ora in atto.
Fatti curiosi e incontri con questi personaggi del mondo dell'arte? 
Tanti e belli, ricordi per me indelebili, come quando chiesi se si sentiva di realizzare un'opera sulla resurrezione di Lazzaro. 
Il maestro rispose: <<Ma lo sa che io sono un "mangiapreti"? E lei viene a chiedermi di realizzare un'opera sacra?">> 
<<Leggiamo insieme la pagina del Vangelo e poi mi dirà.>> - Replicai.
<<E' una pagina molto umana e piena di dolore, la realizzerò.>> - Acconsentì.
Da allora fino alla sua morte, abbiamo tenuto ottimi rapporti. 
Quando incontrai il russo Plescan, dopo ore di attesa, avevo perso ormai la speranza di incontrarlo. Quella sera il maestro era introvabile per tutti.
Mentre aspettavo vidi arrivare un uomo molto semplice, stanco, come un operaio che tornava da una dura giornata di lavoro. 
<< Scusi se la ricevo così, - mi dice - ero a pitturare a Leoncavallo>>. 
Infatti il Leoncavallo non è stato del tutto abbattuto perchè è stato pitturato, tra gli altri anche da Plescan. 
A tutti gli artisti che hanno acconsentito di realizzare l'opera ho consegnato la pagina evangelica da rappresentare. A tutti la stessa: "La Resurrezione di Lazzaro" tratta dal Vangelo di Giovanni.
Su quelle parole nasce una collezione che la piccola chiesa parrocchiale di Pino accoglie da trent'anni e che si cresce ogni anno di una nuova opera. 
don Lido Freschi
Parroco di Pino - Ponte a Elsa 
***** # ***** # *****    
Qui di seguito allego la pagina del Vangelo che Don Lido, consegnò, e continua a consegnare ogni anno, agli artisti che intesero, ed intendono, rappresentare il tema della Mostra:       
Vincent Van Gogh, La Resurrezione di Lazzaro, (1890), olio su carta, 65 x 50, Amsterdam  Rijksmuseum
da: http://www.copia-di-arte.com/a/vincent-van-gogh-1/resurrezione-lazzaro.html

Dal Vangelo secondo Giovanni 
11,3 - 7.17.20-27.33b-45 
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per  due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!”.
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risorgerà”. Gli rispose Marta: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù le disse: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. "Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che costui non morisse?”.
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberatelo e lasciatelo andare”. Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.




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Inserisco alcuni articoli usciti su "La Domenica", il giornale della Diocesi di San Miniato:
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Inaugurata a San Miniato la Mostra d’Arte Contemporanea:
«Dalla morte alla vita»
Sabato 6 Novembre nella Via Angelica, nella chiesa di S. Urbano, nella cripta della preghiera dei frati e nella sottostante cappella di S. Pietro si è inaugurata la mostra d’arte sacra contemporanea con opere conservate nella chiesa dei SS. Filippo e Giacomo a Ponte a Elsa (e di proprietà della stessa).
Trenta pittori, da Salvatore Fiume a Ernesto Treccani, da Remo Brindisi a Natale Addamiano, da Sabina Capraro a Luciana Manelli, ai sanminiatesi Dilvo Lotti, Franco Giannoni, Sauro Mori, Giorgio Giolli e Pietro Tropei, si sono confrontati con il tema di fondo delle questioni esistenziali dell’uomo di ogni tempo ( da qui il titolo della mostra «dalla morte alla vita») e hanno interpretato la pagina evangelica della risurrezione di Lazzaro. Hanno dato vita così a un unicum tematico a livello internazionale che non ha precedenti nell’arte contemporanea, nella cui costruzione ha avuto un ruolo determinante l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Hanno presenziato ed inaugurato la mostra il vescovo di San Miniato mons. Fausto Tardelli, il sindaco Vittorio Gabbanini, il vicesindaco Chiara Rossi, l’assessore provinciale alla Cultura Silvia Pagnin, il parroco di Ponte a Elsa don Lido Freschi, il pittore Sauro Mori e la critica d’arte Patrizia Vezzosi. Sauro Mori, uno dei pittori che eseguirono un dipinto del Lazzaro, relazionando sulle opere esposte, ha sottolineato l’importanza di partire dalla pagina dell’Evangelista e da quella, comune a tutti, poter avviare la propria figurazione di dare un volto al Cristo e di raffigurare l’effetto della Parola sulla natura viva o morta. Ha sottolineato l’importanza della simbologia e della luce universalmente intesa e ha evidenziato la valenza didattica della collezione, adatta ad essere analizzata in modo particolare da studenti e scuole d’arte. Ha fatto inoltre notare come la presenza di autori noti e altri pressoché sconosciuti arricchiscono la collezione di voci diverse, ma tutte in sintonia col testo di partenza. Patrizia Vezzosi ha fatto porre l’attenzione sull’originalità di alcune opere realizzate da presenze femminili (Scali, Borruso, Capraro, Manelli) che hanno ben rappresentato la vicenda di Lazzaro e ha rilevato come tutte le opere abbiano una notevole capacità di comunicazione, cosa abbastanza rara ma fondamentale per un’agevole e facile fruizione. Don Lido ha ricordato gli avvenimenti del lontano 1982, quando intenzionato a rivitalizzare la festa di San Lazzaro con giochi e gare popolari, si rivolse al pittore Giolli perché gli dipingesse il «cencio» secondo le usanze dei palii del circondario. Giolli si rese subito conto della poca importanza che il «cencio» avrebbe acquisito e suggerì di eseguire un dipinto ispirato alla Resurrezione di Lazzaro. La proposta piacque e iniziarono i dipinti su tale soggetto che andarono ad arricchire le pareti della chiesa parrocchiale. Prima furono presi in considerazione artisti locali, poi la provvidenza volle il fortunato incontro col maestro Ernesto Treccani e poi con Salvatore Fiume, Remo Brindisi, Natale Addamiano (l’attuale direttore Palio San Lazzaro) le quattro grosse personalità che aprirono alla pittura milanese e a Brera. Ponte a Elsa, senza averlo immaginato, stava diventando sede di una raccolta a tema, unico nel suo genere e di importanza unica.

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Arte, fede e vita
di don Lido Freschi
Ogni anno, in occasione della benedizione delle famiglie, poterle incontrare e dialogare con esse è un dono del Signore e una grande gioia per me. È il sentirsi parrocchia, famiglia, che ci spinge a migliorare e a sentirsi uniti. La parrocchia è chiamata ad esprimere il profilo di una Chiesa viva, non intimorita dalle difficoltà, non mortificata dalle battute d’arresto, non frustrata dall’esiguità numerica di certi risultati, ripiegata su lamentazioni inutili. La tentazione di disagio non sorprende, al contrario.
Siamo di fronte ad una situazione inedita, per la quale nessuno è in grado di offrire ricette di immediata e facile soluzione. Tuttavia, il passo dei credenti verso il terzo millennio non risente affatto della stanchezza che il peso di duemila anni di storia potrebbe recare con sé. I cristiani si sentono piuttosto rinfrancati a motivo della consapevolezza di recare al mondo la luce vera, Cristo Signore.
Infatti la sua resurrezione ci ha dato certezza, la presenza fra noi e l’aiuto di Cristo nostra Pasqua. Ogni anno nelle famiglie porto la riproduzione (con le preghiere) del dipinto di San Lazzaro. Un messaggio di resurrezione figurato che sollecitando cultura e sensibilità diverse, sa sempre suscitare, risvegliare atavici e cari ricordi legati alla propria cultura e fede. Ogni artista riesce sempre a dare emozioni e sentimenti sempre nuovi e sinceri.
In questo percorso artistico e spirituale ho incontrato il grande maestro Ernesto Treccani che di anno in anno, con la collaborazione del professor Natale Addamiano, mi ha fatto incontrare i più grandi artisti contemporanei. Oggi, vedere realizzata una mostra d’arte sacra, nello stupendo proscenio della via Angelica a San Miniato, così apprezzata e visitata, mi dà grande gioia.
Desidero ringraziare il sindaco di San Miniato Vittorio Gabbanini, il vicesindaco Chiara Rossi, e l’Amministrazione Comunale per aver attuato con competenza e sapienza questa mostra, in particolar modo nell’ambito della «Quarantesima Mostra Mercato Nazionale del Tartufo Bianco di San Miniato». Migliaia e migliaia di visitatori potranno visitarla, ammirarla. Un ringraziamento di cuore e di riconoscenza a mons. Fausto Tardelli, nostro Vescovo, che ci ha sempre sostenuti con la preghiera e la sua paterna premura in questo itinerario spirituale ed artistico dei pittori dell’opera di San Lazzaro Mons. Fausto ha curato inoltre la prefazione del volume sui trenta artisti che hanno realizzato nel corso degli anni l’opera pittorica sulla trasfigurazione di Lazzaro «Dalla morta alla vita», edizioni Fm (vedi a lato). Un pregevole volume con note e relazioni artistiche, biografie e riproduzioni fotografiche di questi grandi pittori contemporanei.
Sabato 6 novembre, mons. Vescovo ha presenziato all’inaugurazione della Mostra d’Arte Sacra nella Via Angelica e impartito la benedizione del Signore ai visitatori.
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La prefazione alla Mostra 
del vicesindaco Chiara Rossi:

San Miniato è città d'arte, di storia e di cultura. È così da secoli e lo testimoniano le tante bellezze del sistema museale cittadino, gli affreschi e le opere che le chiese raccolgono e custodiscono, i palazzi medievali, le piazze, i monumenti. Veri e proprio scrigni dove l’ingegno dell’uomo ha lasciato segni indelebili di periodi storici ed epoche che si sono succedute fino a noi. La valorizzazione di tutto quanto di bello il territorio comunale propone è una delle priorità per l’amministrazione comunale di San Miniato attraverso il mantenimento di una prerogativa culturale nazionale e al tempo stesso strada da seguire per gli anni a venire.
Tra i segni artistici di questo nostro tempo, che lasceremo alle generazioni future, ci saranno sicuramente le opere che hanno come tema «Dalla morte alla vita, la Resurrezione di Lazzaro», un vero e proprio unicum nell’arte contemporanea nazionale costruitosi in un percorso trentennale nella comunità di Pino di Ponte a Elsa.
Segno e testimonianza della vivacità culturale di San Miniato e dei tanti enti, associazioni ed istituzioni.
Chiara Rossi, Vice Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune di San Miniato
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LE OPERE E GLI ARTISTI: 
FOTOGRAFIE DI RITA COSTAGLI
GIORGIO GIOLLI
1982

Fotografia di Rita Costagli
Giorgio Giolli, 1982, La Risurrezione di Lazzaro
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FRANCO GIANNONI
1983

Fotografia di Rita Costagli
Franco Giannoni, 1983, La resurrezione di Lazzaro.

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TROPEI (PIETRO MARCHESI)
1984

Fotografia di Rita Costagli
Tropei (Pietro Marchesi), 1984
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GIOACCHINO CALLONI 
- 1985 -

Fotografia di Rita Costagli
Gioacchino Calloni - 1985 -
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STEFANO GHEZZANI
1986

Fotografia di Rita Costagli
Stefano Ghezzani - 1986
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BRUNA SCALI
- 1987 -
Fotografia di Rita Costagli
Bruna Scali - 1987 -
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SAURO MORI
- 1988 -
Fotografia di Rita Costagli
Sauro Mori - 1988
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ENRICO FORNAINI
- 1989 -
Fotografia di Rita Costagli
Enrico Fornaini - 1989 -

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PAOLO CAPONI
- 1990 -
Fotografia di Rita Costagli
Paolo Caponi - 1990 -
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DILVO LOTTI 
- 1991 -
Fotografia di Rita Costagli
Dilvo Lotti - 1991 -
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SALVATORE FIUME 
- 1992 -
Fotografia di Rita Costagli
Salvatore Fiume - 1992 -
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REMO BRINDISI
- 1993 -
Fotografia di Rita Costagli
Remo Brindisi - 1993 -
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ERNESTO TRECCANI 
- 1994 -
Fotografia di Rita Costagli
Ernesto Treccani - 1994 -
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EMILIO TADINI 
- 1995 -
Fotografia di Rita Costagli
Emilio Tadini - 1995
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TRENTO LONGARETTI 
- 1996 -
Fotografia di Rita Costagli
Trento Longaretti - 1996 -
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SAVERIO TERRUSO
 - 1997 -
Fotografia di Rita Costagli
Saverio Terruso - 1997 -
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LUCIANO COTTINI 
- 1998 -
Fotografia di Rita Costagli
Luciano Cottini - 1998 -
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NATALE ADDAMIANO 
- 1999 - 

Fotografia di Rita Costagli
Natale Addamiano -1999 - 
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Le opere dal 2000 al 2010 erano esposte nell'oratorio di San Pietro Martire, ma  purtroppo ne sono venuta a conoscenza solo l'8 dicembre 2010 conferendo con Don Lido Freschi alla sua chiesa dei S.S. Filippo e Giacomo al Pino.
DIMITRI PLESCAN 
- 2000 -
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ERNESTO TRECCANI 
- 2000 -
dipinto realizzato in occasione del Giubileo 
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AURELIA BORRUSO 
- 2001 -
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GLAUCO BARUZZI 
- 2002 -
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PAOLO BARATELLA 
- 2003 -
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BRUNO GANDOLA 
- 2004 -
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LUCA VERNIZZI 
- 2005 -
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VINCENZO SORRENTINO 
- 2006 -
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NATALE ADDAMIANO 
- 2007 -
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STEFANO PIZZI 
- 2008 -
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SABINA CAPRARO COLANTUONI 
- 2009 -
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LUCIANA MANELLI 
- 2010 -
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Vorrei concludere con:
LA PREFAZIONE del nostro amato Vescovo: 
mons. Fausto Tardelli
al VOLUME SULLA MOSTRA:





Quasi per caso, verrebbe da dire, si è realizzata nella chiesetta del Pino a Ponte a Elsa una collezione di quadri d’autore del nostro tempo davvero importante. Ma non è così. Non è stato cioè per caso in realtà, bensì per la passione e l'intuizione di un prete, don Lido Freschi, e per l’amore di una intera comunità, per la voglia di onorare il santo patrono, cercando di testimoniare la fede con il linguaggio della pittura contemporanea.
Così è nata una galleria davvero unica: primo per i nomi importanti che ormai raccoglie. Passo dopo passo sono ormai quasi trent’anni che un artista dietro l’altro firma i quadri del Pino a formare una raccolta straordinaria e di grande valore; secondo, per il soggetto che è sempre il medesimo: San Lazzaro risuscitato dalla morte. Così che da angolature diverse, con colori e tratti originali, i sentimenti e le emozioni di fronte al miracolo si esprimono in modo sempre nuovo e inusitato, mostrando la perenne attualità del messaggio di speranza del Vangelo.
Terzo infine: la spiritualità del tema: un tema religioso che ha per così dire «costretto» gli artisti a cimentarsi con il mistero, con ciò che trascende e va oltre, in modo tale da lasciarci testimonianza di quella ricerca a volte inconsapevole del Volto di Dio che segna nell’inquietudine la vicenda dell’uomo contemporaneo.
Sono contento che la collezione della parrocchia del Pino possa cominciare ad essere conosciuta e ammirata nel suo insieme. Si tratta di un patrimonio prezioso di fede, di arte e di cultura che arricchisce il nostro territorio e ci parla di quel fecondo incontro tra ispirazione cristiana e genio degli artisti che da secoli caratterizza le nostre radici.
+Fausto Tardelli, Vescovo di San Miniato


****************
segue....

sabato 11 settembre 2010

SMARTARC: LUOGO META'-FISICO

Desidero condividere il post di Francesco Fiumalbi, che riporto integralmente qui di seguito, con la novella su Fonti alle Fate scritta dal Professor Cornelio Rossi ed il quadro del Professor Sauro Mori:


SMARTARC: LUOGO META'-FISICO: "di Francesco Fiumalbi

Tutti ne parlano, ma pochi lo hanno visto davvero. E’ questo un luogo metafisico: un posto la cui essenza arriva prima ancora dell’immagine fisica, che forse non c’è mai stata.




Metafisico, “al di là del fisico”. Perdonate l’errore etimologico, ma si tratta di un qualcosa che è anche fisico per metà. Per l’altra metà è narrato, cantato o anche solo immaginato.


Questo luogo esiste davvero, solo che non è facile individuarlo, tantomeno arrivarci. Tutti sanno che più o meno è in quella zona, lì vicino, ma i più si basano sui racconti e le novelle di chi non c’è più. Può la fantasia contenere l’effettiva fisicità?


Un luogo così speciale merita di essere vissuto, oltre che col pensiero, anche con i sensi di cui disponiamo. Occorre mettersi in cammino e cercare. Già il fatto che un’automobile sarebbe di poca utilità dà l’idea di quanto questo luogo, nel nostro odierno sentire, sia lontano. Eppure è vicinissimo.


Bisogna andarci di persona e possibilmente in solitudine. Apprezzarne gli odori, i suoni, così inconsueti e “antichi”. La luce che filtra dalle foglie, un impercettibile gocciolìo d’acqua, il canto di un uccello di cui non conosciamo il nome.


Io ci sono stato. Ho seguito le indicazioni di Luciano Marrucci, l'ho cercato con Gionata Giglioli e Francesco Fisoni, senza esito. Poi ho seguito quelle di Rita Costagli. L'ho cercato ancora, infine l'ho trovato! Ci ho portato gli amici, e voglio, col video qua sotto, rendere partecipi i vostri occhi di quello che hanno visto i miei. Non pretendo di sostituire l’emozione, ma la sola dimostrazione dell’effettiva esistenza, lancia il silenzioso invito a partire. Buon viaggio!


LE FONTI ALLE FATE - LA NOVELLA di "Francesco Fiumalbi"
 

La storia, l'affetto e la curiosità, che legano le persone che abitano a San Miniato e dintorni, al luogo delle Fonti alle Fate, passano anche per questa semplice, quanto suggestiva, "novella" scritta dal Prof. Cornelio Rossi negli anni '50 e pubblicata nel Bollettino dell'Accademia degli Euteleti n. 28, del 1954.

Si tratta di un piccolo capolavoro che ha contribuito, come poche altre cose, a costruire il mito di questo luogo "magico". Del racconto esiste anche un'illustrazione poco conosciuta: un quadro, firmato dal pittore sanminiatese Sauro Mori, che viene proposto unito al brano integrale. Tale pittura ha il grande pregio di trasporre il testo in immagine, con quel sapore fanciullesco, fatato, che arricchisce la novella di quello spirito di ingenua meraviglia che, appena un po' più creciuti, siamo portati a nascondere.

Prima di passare alla novella, occorre porgere un ringraziamento particolare a Sauro Mori, che ha gentilmente messo a disposizione la sua opera. Una sentita riconoscenza va anche a Mario Caponi, membro dell'Accademia degli Euteleti e amico del Prof. Rossi, e a Luciano Marrucci per il contributo nella stesura di questo intervento.

LE FONTI ALLE FATE
In questa novella, scritta con l’aiuto di un antico cronista si racconta una curiosa leggenda che si innesta alla storia medioevale: non c’è obbligo di leggerla e tanto meno di crederci.

Quando la vallata dell’Arno inferiore era una regione squallida e paludosa e, come racconta Marziale, nutriva pochi schiavi vaganti di giorno per le campagne col suono delle loro catene, anche più su, verso Empoli, pochi e miseri villaggi di pastori languivano nella miseria di una servitù che stringeva il cuore.

Venne il Cristianesimo e allora, anche se non scomparve, molto diminuì la schiavitù di questa regione; i fedeli poterono liberamente riunirsi per udire la Messa e compiere gli altri uffici di pietà; sorsero in tutto il Valdarno numerose e piccole chiese dedicate ai primi martiri e ai primi santi e, attorno ad esse, abitazioni dove si cominciò a vivere con maggiore serenità e con minore miseria.

Il primo di questi borghi fu quello di San Genesio situato alle falde di una serie di colline che degradano fertili fra l’Arno e l’Elsa; esso divenne presto un piviere che sovrintese anche ad un altro piccolo borgo sorto più tardi sopra un’altra serie di colline che piene di verzura guardano liete e silenziose la valle dell’Arno; questo piccolo borgo ebbe il nome di Samminiato.

Scese Ottone I dalla Germania e procedè alla conquista di molti feudi; siccome prima di partire voleva lasciare nel cuore della Toscana un luogo forte che testimoniasse la potenza dell’Impero, munì Saminiato di torri e fortezze e sovrappose così un feudo imperiale ad un possesso ecclesiastico, riducendo San Genesio in una immeritata oscurità.

Nel castello di Saminiato indigeni e longobardi vissero in forzata amicizia predando e riducendo in soggezione i contadi vicini finché i guelfi fiorentini non si opposero a questa lenta invasione, e costrinsero i sanminiatesi in più ridotti confini; quando più tardi passò il Barbarossa, Sanminiato riebbe i castelli perduti ma dovette subire i vicari imperiali che si insediavano per rendere giustizia, a modo loro, agli antichi diritti.

Così nacque il comune di Sanminiato che ebbe una parte importante nella minuta storia medioevale perché provocò e fomentò tante piccole guerre, dove signorotti e contadini, ora amici, ora nemici, risolvevano le loro quistioni a colpi d’alabarda e a punta di coltello.
 

Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

Vivevano entro il Castello di questo comune, insieme a tante altre che la storia ricorda, la famiglia dei Mangiadori e quella dei Pallaleoni entrambe di sangue germanico, che non riuscivano a trovar pace fra loro, perché ogni giorno o per colpa di un Mangiadori o per colpa di un Pallaleoni nascevano motivi di rivalità e di discordia. Quando i Pallaleoni più potenti, ricorsero ai diritti di giustizia, i Mangiadori ebbero la peggio e dovettero abbandonare Sanminiato per rifugiarsi come esuli nel vicino comune di Fucecchio (e di Montaione) nel tempo in cui l’ambizioso Castruccio si avviava verso una singolare ma pur troppo caduca grandezza. Il Castracani li ebbe certamente dalla sua nella guerra contro i fiorentini, perché, a quanto si legge nelle storie, sembra che fossero proprio i Mangiadori quelli che, quantunque forestieri, riuscirono con segrete intelligenze a farlo entrare in Fucecchio.

I terrazzani fucecchiesi avevano opposto inutilmente disperata difesa; i fuochi accesi sulla rocca, in richiesta di aiuto non valsero a salvare il castello. Castruccio ormai si insediava da signore, e con taglie e balzelli arruolava uomini e accumulava rifornimenti per continuare la guerra contro Firenze.

Intanto organizzava scorrerie anche nel territorio di Sanminiato e ne nascevano zuffe sanguinose, perché i Sanminiatesi intendevano difendere il loro contado.

Eravamo nel mese di agosto del 1320; a Castruccio mancava il grano perché la piena dell’Arno, allagando nell’inverno i campi del fucecchiese, aveva distrutto le semente; non c’era altro da fare che rifornirsi in quel di Sanminiato; troppo scomodo e lontano sarebbe stato provvedersi nel lucchese, anche se quel guelfo territorio avesse accondisceso alle sue richieste.

Una notte 50 armigeri furono messi da Castruccio agli ordini di un giovane della famiglia Mangiadori, già esperto nelle armi, e mandati in scorreria per i dintorni di Sanminiato. Grato fu l’incarico per il giovane guerriero che poteva così vendicarsi dell’oltraggio inflittogli con l’esilio. Verso la mezzanotte partì con la decisione in cuore più che di razziare del grano, di porre guasto e disordine a danno dei Pallaleoni e di passare con la spada chiunque gli si opponesse.

Poche acque e lente scorrevano in Arno e fu facile il passaggio all’altra riva; divisi i suoi in gruppi capitanati dai più arditi, attraverso la buia e silenziosa campagna, arrivò fin sotto il castello di Sanminiato senza incontrare ostacolo alcuno. Ma fatto che si fu ai piedi della collina, udì i rintocchi delle campane che dentro il castello di Sanminiato chiamavano a raccolta per l’iminente pericolo; già rumore di armati si sentiva anche nella valle che discendeva precipitosa al piano fra i due speroni di San Martino e della Pieve. Sostò allora per radunare gli sparsi soldati e mosse incontro ai difensori deciso alla strage.

Il cozzo avvenne e fu tremendo; grida di eccitamento e lamenti di feriti riempivano la valle; fra lo scompiglio e la confusione della lotta si colpivano tra loro, difensori e offensori.

Giancarlo Pallaleoni, disceso da Sanminiato alla testa dei suoi, nel buio della notte, menava colpi dovunque vedesse muovere persone; Alamanno Mangiadori lo riconobbe alla voce e mosse contro di lui deciso.

E si colpirono a vicenda finché entrambi, stremati a feriti, caddero al suolo avvinghiati in un amplesso mortale. E così rimasero; intanto la mischia si spostò e non molto tempo dopo le due schiere, prive dei loro capi, si dispersero. I soldati di Castruccio avevano già preso il largo verso la sponda dell’Arno, quando quelli di Pallaleoni, dopo aver cercato invano gli altri avversari, ritornavano al Castello.

I due capi mancavano. Ogni schiera credé che l’un fosse stato fatto prigioniero dall’altra schiera, e la triste notizia fu portata a Sanminiato e a Fucecchio.

I due avversari giacevano invece al suolo sanguinanti e senza forza né per offendersi né per aiutarsi; Giancarlo aveva una coscia trapassata dalla spada di Alamanno, Alamanno gemeva per una grave ferita al petto.


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

Venne la luce del giorno; nessun soccorso giungeva; Gian Carlo più fiero di Alamanno ebbe la forza di togliersi la spada dalla coscia e di cingersi con una benda la ferita dalla quale ormai non usciva più sangue; si sollevò e cercò di sollevare Alamanno che si abbandonava riverso e finito tra le sue braccia; lo trascinò su per la collina, ma per breve tratto, che le forze gli mancavano, e si diede a chiamare aiuto; lo tormentava una terribile sete provocata da tanto sangue perduto. E l’acqua non era lontana; sentiva il rumore di una piccola vena e l’impossibilità di raggiungerla gli dava spasimo ancora maggiore. Se nessuno si fosse accorto di loro, sarebbero morti prima di sera.

D’un tratto un rumore di gente che cercava gli arrivò all’orecchio; rinnovò allora i suoi richiami, e due fanciulle bionde entrambe belle come due angeli gli si avvicinarono.


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

- Oh! Fate benedette – esclamò in suo linguaggio – vi manda Iddio; aiutateci perché moriamo.

Erano quelle Aloisa e Matelda, due gemelle figlie di Ghio dei Portigiani che vivevano in un modesto abituro a metà della collina. Lo zio Antonio padre di quel Marcovaldo che per umiltà ed esempio di San Francesco rimase sempre diacono, alla morte di Ghio le aveva affidate fuor delle mura ad uno del suo contado, e quivi erano cresciute in serenità e in florida salute.

Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare

Aiutarono i feriti a sollevarsi e a trascinarsi lì presso alla fonte; poi facendo giumella somministrarono loro l’acqua salvatrice e presso loro rimasero finché non giunsero aiuti.

Giancarlo ed Alamanno si riconciliarono e, ritornati in florida salute, le trassero in spose; Giancarlo sposò Aloisa, Alamanno Matelda.

E da questi due matrimoni nacquero tanti figli. La cronaca narra che nove ne avesse Giancarlo da Aloisa e undici Alamanno da Matelda. Le famiglie dei Mangiadori e dei Pallaleoni divennero così le più potenti famiglie del comune.

Questi avvenimenti sulla bocca del popolo presero proporzioni leggendarie; le fonti, presso le quali i primi fatti si svolsero, furono allora in poi chiamate “Le Fonti alle Fate” e anche oggi portano quel nome.

Alle acque di queste fonti venivano a dissetarsi le spose che dopo il matrimonio non avevano figli; correva la voce che molte di queste spose dopo aver bevuto quell’acqua avessero avuto figlioli in quantità.


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981, particolare


Si racconta di una sposa dei Ciccioni che dopo aver bevuto quest’acqua ebbe tre figli ad un sol parto.

E quando Sanminiato, volto in decadenza, passò ai fiorentini, essendo quella gente ancor più disposta alle credenze, maggiormente, si avvalorò il potere di quelle acque. Durante tutto l’anno e specialmente nella stagione estiva non passava giorno che qualche coppia di sposi, che non aveva ancora la consolazione della prole, venisse anche da lontane contrade a dissetarsi con l’acqua fresca e cristallina della “fonti alle fate”.

La piaga dei matrimoni senza figli aveva trovato in quelle fonti il suo farmaco risanatore.

Sei secoli e più sono ormai trascorsi da quei tempi nei quali Sanminiato, meta di Imperatori e possesso agognato di papi, scriveva la sua storia e forse la storia più interessante fra quelle dei comuni toscani. Ancora oggi vive la famosa sorgente; sotto due arcate vecchie e mezze dirute, coperte di muschi e di edera, zampillano ancora da due scaturigini con voce flebile ma argentina, fili di acqua frasca e leggera; all’intorno delle robuste acacie e dei prosperi cipressi procurano nell’estate un’ombra desiosa che ristora ed allieta.

Da quell’ombra godi la vallata dell’Arno che si stende ai tuoi piedi come una città continua; dove prima era silenzio e trama di guerra, ora suona il lavoro dell’artigiano e fumano, rivelatrici di vita, le lunghe ciminiere.

Verso le ore vespertine troveresti ancora presso le Fonti coppie di innamorati che nascosti fra le betulle nascenti si dicono tante cose. Ma le mamme non vogliono queste passeggiate augurali; le acque forse hanno aumentato la loro potenza taumaturgica, forse hanno perduto ogni scrupolo, perché con questa passeggiate potrebbero nascere qualche volta figli, senza matrimoni.


Prof. Cornelio Rossi


Sauro Mori, Le Fonti alle Fate, 1981